In questo angolo di mondo racconta la storia di Suzu, una ragazza di Hiroshima, che dopo il matrimonio si trasferisce a Kure.

Attenzione, anche se la storia segue una traccia semplice e da un certo punto di vista gia’ nota (la seconda guerra mondiale non è stato proprio un bel periodo), da qui in avanti SPOILER! 

 

 

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La storia inizia quando Suzu è ancora una bambina, prima della seconda guerra mondiale. Qui vediamo una Suzu ancora felice, spensierata, con la testa tra le nuvole. Una sognatrice, insomma. Le piace disegnare e inventare storie per la sua sorellina.

Purtroppo però, quelli successivi sono anni bui, e anche per la nostra protagonista è tempo di crescere e lasciarsi dietro la spensieratezza.

Poco prima dello scoppio della guerra viene infatti data in sposa a Shusaku, un ragazzo di Kure. La vita della ragazza qui cambia radicalmente, si trova a far parte di una nuova famiglia, a intrecciare nuove relazioni, a vivere in un paese che non le appartiene, dove anche il paesaggio è differente. Si passa, infatti, dalla tranquillità di Hiroshima a Kure, una cittadina con un porto militare. E per complicare ancora le cose, Shusaku lavora per la marina militare.

Con l’arrivo della sorella di Shusaku e della figlia, Suzu si trova davanti a un altro cambiamento. Deve confrontarsi con un’altra donna, più matura e con un animo molto diverso dal suo, riuscendo solo alla fine, grazie a tutte le disgrazie superate insieme, a diventare quasi amica della cognata.

Suzu inizia la sua metamorfosi “liberandosi” gradualmente della sua passione: il disegno. Quando il paesaggio è trasformato dai bombardamenti aerei, dalla distruzione, dalla povertà, le priorità cambiano. Sopravvivere agli attacchi aerei, fare la fila per prendere i viveri, inventarsi nuove ricette per riuscire a sfamare tutta la famiglia hanno la precedenza.

E intanto lei cresce, diventa più consapevole e coi piedi per terra, senza nemmeno rendersene conto. Capirà in parte di essere cambiata quando, all’arrivo di un suo amico d’infanzia, proverà a disegnare un airone, e ammettendo, con un mezzo sorriso, di non essere più in grado di disegnare come prima.

La guerra però continua, e Suzu continua a perdere pezzi della sua anima, persone che erano parte di lei, ormai, che però non rivedrà più. Gli ultimi della lista sono i componenti della sua famiglia (o meglio, la maggior parte di essi) dopo la bomba sganciata il 6 agosto 1945 su Hiroshima.

Vista con gli occhi di Suzu non sembra da subito una cosa così spaventosa, quanto piuttosto una cosa strana, diversa. Pezzi di vestiti, pezzi di case, pezzi di vite vengono portati dal vento nelle città intorno, tra cui Kure. Solo dopo un po’, qui ci si accorge della catastrofe, quando inviati i soccorsi, ci si trova nel nulla di una bomba terribile, che non lascia scampo.

Suzu è l’emblema della guerra, in un certo senso.

La tranquillità di poter camminare guardando il cielo, la libertà di potersi sedere davanti al fiume e disegnare, la spensieratezza delle giornate di spese spariscono, sostituiti da un cielo che fa paura, dall’insicurezza del domani, dalle file a vuoto per avere un pezzo di pane che spesso è finito.

È quasi facile immedesimarsi in una ragazza che crescendo perde il suo “fanciullino”, per dirla alla Giovanni Pascoli; ma è struggente cercare di immedesimarsi in una ragazza che piano piano, quasi senza accorgersi, rimane vuota, senza spirito. Intrappolata. Intrappolata nella guerra, nella fame, nella sofferenza, nei sensi di colpa. Nella consapevolezza di non poter fare niente. Nella consapevolezza di dover ricominciare da capo, senza aiuto, senza scopo, senza una guida.

Alla notizia della resa si gonfia il cuore di tristezza, di amarezza. Tutte le vite spezzate, le perdite, le case distrutte, i sacrifici paiono senza senso. Non si può tornare indietro, non si potrà più avere quello che si è perso.

Ma Suzu sa di dover essere forte, è giapponese, non si spezza. Si alza in piedi, stringe i denti e decide di voler ricominciare a sorridere, di voler essere forte. Vuole tornare a essere spensierata, vuole tornare a camminare guardando in su. Vuole ricominciare a vivere.

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