Sono già passati sei anni da quell’undici marzo che sconvolse il giappone e tutto il mondo, quando in pochi minuti vennero spazzate via case, migliaia di persone e certezze, quelle certezze di vivere sani e tranquilli con un tetto sopra la testa e che certe tragedie non ti potranno capitare mai. 

Questa è una rassegna, cliccando sui link in rosso nel testo si va agli articoli di riferimento.

Come se la sta cavando il Giappone?

La zona offlimits è ancora tale, e lo resterà per molto tempo. Notizie di qualche tempo fa davano un elevato livello di sievert (oltre 500) nel sito del nucleo della centrale Daiichi di Fukushima, con una presenza di materia nera non meglio specificata. La dose mortale per un uomo adulto è di circa 4-5 sievert, al momento nel nucleo è difficile operare con i robot poichè gli apparati elettronici sono molto sensibili a questo tipo di radiazioni e dopo qualche ora di operatività “cuociono”. Senza allarmismi, attendiamo maggiori informazioni, potrebbe comunque trattarsi di materiale già presente (per il quale il guscio di contenimento era già stato comunque progettato) oppure l’uranio potrebbe aver prodotto del Cesio, un elemento figlio del decadimento dell’uranio. 

Nel frattempo i cinghiali sono i padroni indiscussi delle zone abbandonate. Indisturbati, a centinaia sono scesi dalle montagne per prendere possesso delle aree cittadine evacuate e mentre il governo si appresta a togliere alcuni divieti per le zone meno pericolose e a continuare la bonifica, si è dovuto ricorrere ai cacciatori, per l’abbattimento dei capi che costituiscono un pericolo per le persone che devono tornare alle loro case, in termini di aggressione e di eventuali temerari che decidessero di mangiarseli, vista l’elevata radioattività a cui sono stati esposti. 

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Intanto l’Istituto di Ricerca sui Terremoti dell’Università di Tokyo riporta come la frequenza delle scosse di terremoto nell’area sia raddoppiata rispetto ai rilevamenti storici precedenti il grande terremoto del 2011 e mette in guardia sulla possibilità che altri eventi di forte magnitudo possano nuovamente scuotere il giappone cercando di sensibilizzare sull’importanza di farsi trovare preparati. Qualche settimana fa abbiamo riportato la notizia di alcuni eventi sportivi, che mantengono vivo l’interesse alla prevenzione e, purtroppo, alla coesistenza col pericolo di trovarsi a rischio tsunami, mentre questa settimana è stata organizzata una prova di evacuazione presso il tempio Sensoji di Asakusa.

La centrale nella zona di Ogawara (una delle zona con livello che prospetta difficile il rientro del provvedimento di evacuazione) si presta a fotografie scenografiche. Cattedrale nel deserto alla Las Vegas, gli edifici e il piccolo gruppo di case degli operai che vi lavorano offrono le uniche luci nella notte intorno ad uno scenario devastato. Singolare è la vita degli operai e del piccolo combini aperto nella centrale a loro beneficio, che offre cibo e bevande ma niente bento, lattine o riviste poichè generano un’alta quantità di rifiuti e in linea di principio i rifiuti devono essere smaltiti dentro la centrale (per evitare che materiale contaminato possa essere sepolto in discariche in zone sicure).

Le iniziative per l’anniversario intanto fanno discutere e riflettere i tokiesi, come questa in cui a Ginza, nel cuore del dipartimento dello shopping di lusso, Yahoo ha innalzato questo cartellone che indica l’altezza raggiunta dall’onda di tsunami con la scritta in rosso che dice “fino a qui (questa altezza)” – circa 16 metri e mezzo. Immaginate voi di trovarvi davanti a questo cartellone. 

Yahoo ha anche quest’anno indetto una campagna di raccolta fondi: per ogni ricerca fatta utilizzando il motore di ricerca a questo link verranno donati 10 yen.

Il famoso pino solitario di Iwate invece potrebbe avere compagnia. Il progetto di ricostruzione di Rikuzentakata prevede che vengano piantati circa 1250 pini e creato un parco memoriale vicino all’emblema dello spirito indistruttibile della speranza. Il pino solitario, l’unico rimasto in piedi davanti all’onda di tsunami mentre 70mila altri alberi venivano spazzati via, è morto per via delle acque avvelenate ma gli è stato impiantato un perno centrale di carbonio nel 2013 per farlo tornare a stagliarsi contro la costa.

Si cercano ancora i dispersi

Può sembrare singolare ma all’appello mancano ancora 2550 corpi di persone disperse durante lo tsunami e le associazioni dei familiari continuano a organizzare giornate di scavo per recuperare il DNA dei propri cari. Oggi 10 marzo circa 50 persone si sono date appuntamento a Kesennuma nella prefettura di Miyagi, per continuare la ricerca anche in mare con la collaborazione della guardia costiera. 
Chi ha perso qualcuno, continua la propria vita affidando lettere per i propri cari a una cassetta postale appositamente adibita a lettere per i dispersi: si chiama Hyoryu Post 3/11, cioè la cassetta delle lettere che non possono essere consegnate. Esisteva già altrove prima del disastro invece il concetto di “Kaze no denwa” il telefono del vento, una cabina telefonica con un apparecchio non collegato dove le persone possono andare a conversare con i propri cari estinti, ma dopo il terremoto ne è stata posata una nei luoghi del terremoto (qui il video).

C’è poi questo padre che non si arrende e cura questo giardinetto di luci led alimentate a luce solare nel deserto della zona offlimits di Fukushima, nella forte convinzione che suo figlio sia ancora vivo.

In ogni caso chi è riuscito a salvarsi potrebbe non rischiare solamente il cancro per via delle radiazioni ma una recente ricerca ha riportato come tra gli sfollati sia stato riscontrato un elevato tasso di cancro alla tiroide che sarebbe derivante dallo stress conseguito l’evento catastrofico e anche dall’elevato consumo di alghe e altri cibi ad alto contenuto di Iodio (utilizzato per curare in caso di esposizione alle radiazioni) e come inoltre la situazione stressante indurrebbe l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari, infarti e diabete.

Non solo malattie ma purtroppo anche storie di bullismo. Una bambina sfollata a Tokyo additata come “radioattiva”, un altro chiamato “germe”, ijima – il bullismo – non risparmia nemmeno le vittime del disastro.

Ci sono comunque anche storie positive, ad esempio questo padre che tutte le mattine guida per 90 minuti per portare sua figlia nella scuola dove si sono riuniti tutti i suoi ex compagni di Futaba (il paese più vicino alla centrale nucleare).

 

E il futuro? 

In vista delle Olimpiadi di Tokyo del 2020 le opinioni delle vittime del disastro sulla possibilità che la manifesta possa portare benefici alla ricostruzione sono pessimistiche, se non addirittura negative: si crede che le olimpiadi porteranno via liquidità importante dalle casse dello stato e importanza mediatica facendo dimenticare il disastro del marzo 2011. Solo qualche voce fuori dal coro alimenta la speranza che queste possano rappresentare un’occasione importante per raccogliere fondi per il Tohoku.

Una parola da Ohayo

Non è un caso che il nostro logo contenga un riferimento alla grande onda di Kanagawa di Hokusai. Il Giappone è un paese che ha sempre convissuto con terremoti e tsunami e noi ne ammiriamo lo spirito inflessibile che si riassume in un detto giapponese: cadi sette volte, rialzati otto. Gambatte Nihon!

Altri articoli dedicati al disastro dell’11 marzo 2011:

Asahi Shinbun

Japan news

Programma speciale della NHK in onda l’11 marzo 2017

Wasurenai

Terremoto del Tohoku: sei anni dopo ultima modifica: 2017-03-11T10:51:38+01:00 da Chiara-san
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