Hirohito (裕仁), il mitico Tennō (天皇) fu il simbolo del Giappone guerresco alleato dell’Asse. La storiografia contemporanea, divisa fra giudizi opposti ed estremi, non sa dire con certezza chi veramente sia stato Hirohito, se un protagonista, una vittima o uno scaltro navigatore dell’epoca della quale era rimasto l’ultimo grande sopravvissuto.

“Gli annali dell’Imperatore Showa” (nome postumo attribuito a Hirohito), biografia pubblicata nel 2014 dall’Agenzia della Casa Imperiale, ce lo descrive come l’ultimo baluardo della pace, colui il quale espresse la sua perplessità davanti agli Ammiragli giunti per presentargli il piano d’attacco a sorpresa che avrebbe poi colpito la base di Pearl Harbor, o come l’uomo che ammonì l’allora Ministro delle Forze armate colpevole, secondo l’Imperatore, dell’elevata predisposizione militarista che portava il Giappone ad allearsi con Italia e Germania. Forse un ultimo tentativo di riportare in alto la figura di Hirohito, caduta troppo in basso dopo la completa disfatta della seconda guerra mondiale.

Dopo la sua morte, gli archivi storici giapponesi sono stati setacciati in lungo e in largo alla ricerca di informazioni sull’Imperatore e, anche se si evidenziò che fu il primo a non voler la guerra contro gli Stati Uniti, venne fuori anche che fu lui stesso a congratularsi con i suoi generali per l’invasione della Manciuria del 1931 o subito dopo la caduta di Nanchino.
Un uomo in balia degli eventi, trasportato e piegato dall’enorme fardello che la figura che ricopriva portava con sé.
Molti storici giapponesi, per esempio, nel leggere le migliaia di documenti degli archivi, rimasero stupiti del grande desiderio di Hirohito di porre fine alla guerra. I suoi tentativi con la Russia evidenziano come egli stesso era conscio del fatto che il Giappone stava per crollare sotto la morsa statunitense e che fece di tutto per salvare il suo paese e il suo popolo. Allo stesso tempo ci si perplime leggendo che il 2 agosto del 1945 Hirohito scriveva ancora biglietti agli avi e agli dei pregandoli di portare il Giappone alla vittoria.
C’è chi sostiene che con biglietti del genere stesse solo eseguendo i desideri di sua madre, l’imperatrice vedova fermamente convinta nel voler continuare la guerra.

Ancora indizi a discarico di un ostaggio delle circostanze politiche e familiari, dunque? La storia ci dice che Hirohito fu informato del bombardamento atomico su Hiroshima (広島) dodici ore dopo l’esplosione del 6 agosto 1945; nella sera dell’8 l’imperatore decise che «proseguire la guerra era diventato impossibile»; il 9 fu colpita Nagasaki (長崎) e il 15 una voce, che la stragrande maggioranza dei giapponesi non aveva mai sentito, annunciò in modo ambiguo che era finita.

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Quello che viene fuori è un ritratto di un uomo lacerato dalle responsabilità dell’essere Imperatore forse in uno dei momenti più bui dell’intera storia giapponese. Stritolato dal peso della colpa nel vedere il suo popolo morire e soffrire per una guerra che aveva da sempre condannato. Terrorizzato dal potere smisurato delle due potenze che stavano schiacciando il Giappone (Stati Uniti e Russia). Le cose non cambiarono molto nel dopoguerra; la sua figura venne rilegata a semplice burattino da esporre nei cerimoniali come simbolo di un Giappone che non esisteva più.

 

Hirohito è stato il 124° Imperatore giapponese. Nato a Tōkyō (東京) nel 1901, figlio dell’Imperatore Taishō (大正天皇, Taishō tennō), è diventato ufficialmente reggente nel 1921. Tre anni dopo ha sposato una sua lontana cugina: la principessa Nagako Kuni, conosciuta poi come imperatrice Kōjun (香淳皇后, Kōjun Kōgō).
Nel 1926, con la morte del padre, Hirohito diventa Imperatore del Giappone.
Una volta salito sul trono imperiale ha visto pian piano il potere sfuggirgli di mano a favore degli alti gerarchi militari, fino a perderlo del tutto all’inizio degli anni ’30. Il 15 agosto 1945 è stato mandato in onda radiofonica il suo storico discorso nel quale annunciava la resa del Giappone e la fine della guerra.
Dopo il secondo conflitto mondiale viene relegato a figura di seconda importanza. Ultimo Imperatore giapponese a essere considerato di natura divina. È stato lui all’inizio del 1946 a pronunciare il famoso discorso Dichiarazione della natura umana dell’imperatore (天皇の人間宣言, Tenno no ningen sengen) con il quale negava l’origine divina degli imperatori giapponesi.
Figura rappresentativa del Giappone nel mondo, ha iniziato a ritirarsi dalla vita pubblica dal 1988, per problemi di salute.
Muore il 7 gennaio del 1989, mettendo fine all’era Showa (昭和), la più duratura di tutta la storia giapponese.

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