Quella di Abe Sada (阿部定) è sicuramente una delle storie più assurde di tutto il Giappone del XX secolo. Una di quelle storie che fanno così scalpore da essere sulla bocca di tutti. Nessuno poteva non conoscere le vicende di Sada e ciò che aveva fatto.

Molto probabilmente anche chi sta leggendo questo articolo sa bene a che persona e a quale episodio ci si riferisce.

Siamo all’inizio del 1900, più precisamente nel 1905. Sada nasce a Tōkyō (東京), nel quartiere di Kanda (神田), in una famiglia numerosa. Inizia, fin da piccola, a suonare e prendere lezioni di canto. Ben presto il suo desiderio più grande diventa quello di poter essere una Geisha (芸者) e per riuscire in ciò inizia a fare tutto quello che è in suo potere.

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Crescendo viene fuori il carattere di Sada. Un carattere difficile, complicato, irrequieto, dovuto alle enormi difficoltà familiari che è costretta ad affrontare e superare fin dalla più tenera età.

Carattere che la porta ad avvicinarsi a persone non troppo raccomandabili, una delle quali – uno studente universitario – la violenta quando lei è appena quindicenne.

Nel 1922 esaudisce il suo desiderio: finalmente entra in una casa per geisha, a Yokohama (横浜). La delusione però sarà forte: qui, infatti, viene subito relegata ai livelli più bassi, con le mansioni peggiori, usata come intrattenitrice sessuale per i clienti delle vere geisha. Condizione che la porterà ad ammalarsi di sifilide e a iniziare quelli che diventeranno i sempre più frequenti esami clinici. Dalla condizione di schiava a quella di prostituta il passo è stato breve, ma poteva però contare su guadagni ovviamente maggiori.

Il periodo seguente non è stato per Sada tra i migliori della sua vita. Tornata a Tōkyō, dopo la perdita della madre prima e del padre poi, la ragazza sperimenta anche la galera a causa della sua professione svolta senza licenza. Proprio in questo periodo conosce Kichizō Ishida (石田吉蔵), la sua vittima.
Con il ritorno nella capitale, nel 1936, Sada inizia a lavorare nel locale di proprietà di Kichizō e di sua moglie. Tra i due scatta quasi immediatamente una immensa passione. si dedicano a passare notti, o addirittura settimane intere, in cui il loro unico intento è solo quello far sesso, rimanendo una affianco all’altro e spostandosi tra una casa da tè e l’altra.

Quella enorme passione, aggiunta a una profonda gelosia, iniziano far manifestare in Sada segni di squilibrio. Era ossessionata dall’idea che Kichizō potesse trovarsi tra le braccia di un’altra donna. Per questo motivo inizia a minacciarlo di morte con un coltello, gli promette che un giorno o l’altro lo evirerà proprio con quella lama così da rendere possibile il suo desiderio. La loro infuocata relazione continua, però, senza pause. Si ritrovano in appartamenti ben nascosti per rispondere alle loro bramosie d’amore, mentre Sada non smette di minacciare di ucciderlo pur di impedirgli di avvicinarsi a sua moglie o ad altre donne.

La follia omicida di Sada esplode il 18 maggio 1936. La ragazza, utilizzando il suo obi (帯, cintura tipica giapponese utilizzata principalmente con i kimono 着物), strangola Kichizō durante un orgasmo. Dopo essere rimasta qualche ora sdraiata di fianco al cadavere impugna il coltello e recide pene e testicoli del defunto, avvolgendoli poi in un pezzo di carta di riso.

Viene arrestata tre giorni dopo, dopo aver tentato invano di suicidarsi. Al momento dell’arresto è tranquilla, sorridente. Dopo la richiesta del poliziotto che l’ha arresta, Sada tira fuori il tetro cartoccio affermando che si trattava della cosa più preziosa, il ricordo più caro di Kichizō.

Alla fine del processo, dopo la sua confessione, è condannata a soli 6 anni di prigione per omicidio e mutilazione. Uscirà dal carcere già nel 1940, grazie all’amnistia per i 2600 dall’ascesa di Jinmu Tennō (神武天皇).
Le ultime sue notizie risalgono al 1970, dopodiché si è persa ogni traccia.

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